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E' un tempo particolare, il
nostro. Galbraith, già alcuni anni or sono, intitolò
un libro «L’età dell’incertezza»,
e poche definizioni hanno finito per coincidere con la realtà
sino ad apparire quasi ovvie come questa.
Oggi infatti l’incertezza è ancor più aumentata
e v’è un’affannosa ricerca di punti di riferimento,
di solidi appigli che permettano di individuare e percorrere un
itinerario, almeno in certa misura definito, per un’accettabile
evoluzione sociale, economica e politica.
Così è diffuso, e spesso carico di ansia, l’interrogarsi
e lo scrutare l’orizzonte, il divinare segnali deboli, il
formulare analisi ed ipotesi. Ed alcuni frammenti di verità,
o anche più mediocremente di plausibilità, sembrano
qua e là emergere, magari da sedi inusuali, e nessuno può
sottrarsi all’impegno di tentare un’ipotesi, di formulare
una proposta.
D’altro canto è accaduto assai di frequente nel corso
della storia, che le innovazioni, piccole o grandi, siano germinate
in luoghi inaspettati.
Dunque il cimentarsi nella messa a punto di un progetto specifico
della cooperazione sociale in ordine alle politiche sociali ed alle
politiche attive del lavoro non solo non è un’iniziativa
velleitaria, ma addirittura è un dovere. Risponde ad un’esigenza
nostra interna, ma può costituire anche una opportunità
rilevante per il Paese nel suo complesso.
Le premesse di un’ipotesi di lavoro collettiva sono, per loro
natura, in larga misura legate alla storia del movimento che le
ha generate. Quindi è nella nostra vicenda singola o colletti¬va
che credo possiamo individuarle. E la nostra è una storia
complessa: in essa si intrecciano spinte, orientamenti, propensioni
e motivazioni varie, di uomini e di cose.
Siamo approdati a questo appuntamento con la solidarietà
percorrendo strade spesso diverse, provenendo da luoghi resi distanti
da convinzioni, ideologie, esperienze, interessi non sempre compatibili,
o comunque presupposti come tali.
E allora quale spinta ci ha portato qui?
Mi torna in mente un libro.
Si tratta di «Sulla strada» di Kerouac. In esso i personaggisi
incontrano, si lasciano, si ritrovano, accomunati dal fatto di andare
in un’unica direzione — dall’est verso la California
—anche per strade diverse, che inesorabilmente finiscono per
in¬crociarsi, per sovrapporre tratti di itinerario.
E la strada è onesta. Chi la percorre, chi non si ferma,
chi non rinuncia aI sogno di raggiungere San Francisco, prima o
poi si incontra, e se si lascia, poi si ritrova.
Ho la sensazione che la metafora della beat-generation si attagli
a questa nostra vicenda e ne illustri le premesse.
Anche noi, per caso o necessità, per scelte o per fortuite
vicende della vita, rispondendo a un desiderio, oppure a sogni,
o più probabilmente per un po’ di tutte queste ragioni,
ci siamo trovati a percorrere la strada verso una direzione comune,
rappresentata da una nuova ipotesi di impresa, di solidarietà,
di lavoro.
Ciascuno di noi è probabilmente partito da un’idea
diversa, e forse alcuni neppure avevano un idea precisa. Alcuni
si sono fermati, altri han deciso di tornare indietro, ma più
sono stati quelli che si sono aggiunti. V’è chi ha
deciso di collegarsi e procedere in carovana.
E l’andare sempre e comunque, il non isolarsi, il non sottrarsi
aI confronto ed allo scontro, ma anche l’apprezzare le sin¬tonie,
il mettere in comune le speranze, le velleità, le vicende
dell’esperienza cooperativa, tutto ciò ci ha chiarito
molte idee portandoci a collegarci sempre di più.
La storia di questi dieci anni ci ha così consegnato quella
che mi pare essere la prima premessa al nostro progetto: vale a
dire la coerenza e l’intensità della ricerca collettiva.
Un’altra premessa è rappresentata dall’oggettivo
successo dell’esperienza della cooperazione sociale.
Senza sottacere limiti e problemi, ed il fatto che, in ogni caso,
il successo di ogni esperienza imprenditoriale è perenne-mente
sottoposto aI giudizio del domani, mi sembra inequivo¬cabile
il dato che, a monte del nostro progetto, sta il fatto che in poco
più di un decennio sono nate oltre duemila imprese, e ben
poche di esse sono fallite, che circa quarantamila nuovi posti di
lavoro sono stati creati, migliaia di volontari coinvolti, che centinaia
di migliaia di persone hanno ricevuto sostegno, che dal nulla si
è creata una realtà con un giro d’affari vicino
ai 1.500 miliardi.
Ma soprattutto l’idea di imprenditoria sociale, l’ipotesi
che si potesse essere imprenditori per perseguire il bene comune,
non è più clandestina, come quando molti di noi che
la propu¬gnavano venivano guardati con sufficienza, ma ha trovato
legittimazione e riconoscimento diffusi.
Queste premesse, sinteticamente annunciate, ci permettono di precisare
il senso della nostra riflessione e della nostra proposta.
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